Non ho più la residenza a Roma, per cui - da cittadina - il problema dell'elezione del Sindaco della capitale, non mi tocca. Ma ci sono cose che, davvero, mi stanno dando un fastidio estremo in questa competizione e mi debbo sfogare. La prendo alla lontana. Roma è indubbiamente una città magnifica e unica.
Ma i romani... non me ne vogliano, ma la loro alterigia, il loro orgoglio nostalgico di "cives romani", di quelli "romani de sette generazzioni" (con due "z"), di "Roma caput mundi" mi ha francamente scassato. È o no una sorta di razzismo genealogico? "Io so' io, e voi nun sete un cazzo", per dirla col Marchese del Grillo.
E torno al punto.
Ignazio Marino è nato a Genova (come me...), ma dall'età di 14 anni vive a Roma: quindi a Roma fa gli studi superiori e si laurea in medicina. Ma - ed è buffo che tra gli altri glielo rinfacci anche il suo avversario Alemanno che è nato a Bari - "...si vede che non è di Roma!": questo lo dice pure Goffredo Bettini, la "panza" della sinistra romana.
Da cosa "si vede"? Perché parla correttamente senza dire "aho!", "ma che stai a di'?" e "li mortacci tua"?
Oltre a questa enorme pecca, Ignazio Marino ne ha un'altra: "...è che si occupa di politica dal 2006 ma non si è mai occupato di Roma, non conosce la città e non ne conosce i problemi. È un estraneo per Roma" (Alemanno dixit). Giuliano Pisapia, Sindaco di Milano, che ha il gradimento del 61,2% dei suoi cittadini, ha fatto l'avvocato sino al giorno prima di entrare a Palazzo Marino. Michele Emiliano, Sindaco di Bari, è stato magistrato sino alla sua candidatura alla guida della città.
Ma veniamo al "... non conosce la città e non ne conosce i problemi" (sempre Alemanno cit.).
Ogni "cittadino romano" - anche se di serie B come Marino e me - conosce i problemi della propria città. Da "cittadino", certo, e magari non da "politico".
Dovremmo allora modificare la legge elettorale per l'elezione dei Sindaci e adottare quella che piace alla Lega: e cioè che i candidati alla guida delle città dovrebbero avere un curriculum di esperienza sul territorio. Dovrebbero aver ricoperto cariche come consiglieri circoscrizionali, prima, e comunali poi. Magari diventando assessori, presidenti di giunta e via via sù, sino al soglio comunale! Quanti, dei sindaci in carica nelle grandi città metropolitane, hanno fatto questo "cursus honorum"? Credo davvero pochi.
Per finire, solo due parole sull'efficacia del pragmatismo di Ignazio Marino, che si traduce in mi rendo conto che c'è un problema e mi ingegno per trovare una soluzione. Nel 1904, data in cui venne istituito il "ricovero coattivo all'interno dei manicomi", la carcerazione di malati di mente (e sottolineo "malati"...) ha avuto un'unica modifica, che è del 1975, sostituendo i manicomi criminali con gli O.P.G., Ospedali Psichiatrici Giudiziari, che hanno cambiato sì il "nome", ma sono rimasti strutture di poco lontane dai limiti della tortura (come denunciato anche dal Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d'Europa). Ebbene, c'è voluto il non-romano Ignazio Marino, in qualità di Presidente della Commissione d'inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale, perché quell'orrore cessasse.
Lui, l'alieno, il suo dovere l'ha fatto, e bene. Ora spetta ai politici - nello specifico alle Regioni - attuare la norma: ma loro, i politici regionali, che "conoscono i problemi", "che vivono sul territorio", "che hanno il polso della situazione", e magari sono "romani de' Roma", lo faranno? Forse.