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domenica 29 settembre 2013

Festività soppressa

Ho frequentato i primi 3 anni delle elementari in una scuola comunale a Milano. E, nonostante siano trascorsi da allora saecula et saecula, molti ricordi sono più che vividi. Primo tra tutti quello olfattivo: il profumo della maestra (una signorina di una sessantina d'anni che lasciava dietro di sè la fragranza delle violette) e quello dell'aula.
Era un mix di odori: del legno dei banchi, del gesso per la lavagna (appesa al muro, così nessuno poteva esserci messo dietro) e dell'inchiostro.

Perché si scriveva con la cannuccia e il pennino, allora. E si facevano esercizi di calligrafia. Il banco aveva il buco per il calamaio, che il bidello - che allora era il bidello e non il collaboratore scolastico... - faceva in modo fossero sempre pieni all'inizio delle lezioni. Anch'io avevo il mio astuccio delle penne, ma - essendo abbastanza energica - non riuscivo a scivere con il pennino che io chiamavo a lanterna (quello che nella foto è inserito nella cannuccia) perché, premendo troppo, lo spezzavo: mi dovevo accontentare di quello più robusto. Ma ero brava lo stesso.

C'erano certezze, a quei tempi: punti fermi che - con regolarità da orologio svizzero - scandivano la vita degli alunni e delle famiglie. La scuola (dal lunedì al sabato compreso) iniziava il 1° ottobre e terminava il 30 giugno e poi c'erano i 3 mesi tondi tondi di vacanze. Non ricordo nessun ponte scolastico: mai le vacanze di Natale sono andate dal 24 dicembre a dopo il 6 gennaio.

E come dimenticare i primissimi giorni di scuola? Il primo giorno eri curiosa di conoscere - o riconoscere - i tuoi compagni. Una rapida occhiata in giro per vedere quale grembiule fosse il più bello... anche allora si era femminucce vanitose. La mamma, il mio primo grembiule (quello della 1a elementare) lo comprò a La Rinascente (in Piazza del Duomo?), ma era costato troppo così gli altri me li cucì lei.

Poi la scelta della compagna di banco, giacché non esistevano classi miste, e la scelta del banco: perennemente in prima fila, io. Sono stata sempre una gnappetta. E poi ancora la decifrazione dei graffiti incisi sul ripiano di legno del banco o dei disegni fatti sotto la ribaltina: tracce di chi - prima di me - sedette lì e volle lasciare un segno.

Ma quello che ricordo con più gioia era il primo giorno di vacanza, appena tre giorni dopo l'inizio dell'anno scolastico: il 4 ottobre, infatti, si festeggiava il patrono d'Italia, San Francesco.
Leggo ora che quella festività è stata soppressa nel 1977: penso che non sarebbe poi così male reinserirla oggi...

domenica 1 novembre 2009

Compagno R.

È un po' che ci sto giocando... Tanto tempo fa, lo facevo con mio padre: avevo inventato il mio "Stato" (un'isola), di cui ero il Governatore con pieni poteri, e avevo vari "Ministri". Papà, che avevo costretto ad accettare un incarico, obtorto collo aveva voluto quello di "Plenipotenziario (come mi piacevano questi titoli altisonanti!) degli Esteri", così, quando gli dicevo di giocare, mi rispondeva che era "in misione", e mi toccava fare tutto da sola.

Come adesso, che sono alle prese con la quadratura del cerchio, cioè con far tornare i conti del Governatorato. E ho buttato giù una scaletta di interventi per beccare gli evasori
(ragazzi, ho idee eccezionali e ne riparlerò) e per fare economia. Non so se a causa della Gelmini - che ne ha parlato - o di qualche altra notizia, ma ho appreso che i bidelli (ora "Collaboratori scolastici"...) non fanno più - nella maggior parte dei casi - le pulizie nelle scuole: il servizio è affidato a ditte esterne che costano allo Stato 1 miliardo e 300 milioni di euro. E questo mi ha fatto ricordare il bidello del mio liceo, Rossi. Senza nome di battesimo, che sicuramente avrà avuto, ma per noi tutti studenti soltanto "Rossi".

Forse un paio dei ragazzi del 5° anno arrivavano al suo metro e novanta di altezza, ma nessuno poteva competere con la sua stazza da gigante: sicuramente era abbondantemente sopra il quintale. Con gli occhi della memoria, lo vedo a volte con un camice nero (quando faceva le pulizie, perché lui le faceva...) altre con una specie di divisa azzurro "avio", come quella dei conducenti dei tram di una volta, o dei controllori, quando sedeva al bancone - una specie di scranno sopraelevato da giudice - subito dopo l'ingresso dell'istituto e prima delle scale. Ma lo "vedo" anche con un maglione girocollo blu dal quale si intravede il bianco della camicia, che lo faceva sembrare una specie di prete in clergyman. Se potesse leggere qua, mi ucciderebbe per averlo paragonato ad un prete! Rossi era un comunistaccio DOC!! Ricordo che - mi pare per un paio di settimane l'anno - sparisse e andasse in ferie: sempre in Unione Sovietica!! E tornava più gasato, entusiasta, convinto e incazzoso che mai.

Credo abitasse con la moglie - bidella anche lei, minutina, piccoletta e, nella memoria, figura sfocata - nell'istituto, all'ultimo piano. E, a parte le 2 settimane di bagno ideologico, era sempre presente: penso non si sia mai ammalato. Erano, quelli del mio liceo, anche gli anni del mitico "sessantotto" (OK, fatevi pure i conti, stronzi bastardi!). E figùrati se non si coglieva l'occasione di fare un po' di casino per fare sega (trad.: bigiare, marinare la scuola)! Urlando slogan di cui non capivamo un cazzo, ci assembravamo fuori del portone che Rossi chiudeva regolarmente alle 8:30. O dentro o fuori.

Una volta che ero quasi la prima ossessa indemoniata a strillare dai 3 gradini prima dell'ingresso, mi sono sentita prendere per la collottola e tirar dentro. E dire che i casinari fuori avevano quasi le sue stesse idee politiche, ma Rossi, estramamente ligio alla propria funzione, non avrebbe mai mischiato l'ideologia con l'impegno assunto quale "servitore dello Stato": altri tempi, altra correttezza e altro senso del dovere... e altre persone. "In aula!", mi ha gridato quell'incredibile Hulk in grigioazzurro. E io, mogia mogia e con la coda tra le gambe, su, sino al 3° piano a beccarmi pure la lavata di capo del prof. di turno.


Rossi era anche il dispensiere delle merende durante l'intervallo: panini imbottiti di mortadella o di salame, che non erano al top del mio gradimento, allora. Adesso potrei quasi viverci, mannaggia a me... Ma, a quei tempi, mi piaceva il prosciutto cotto, magari pieno di polifosfati e con la bella coroncina di grasso bianco e dolce che gli dava sapore, alla facciaccia del colesterolo.
Un giorno gliel'ho chiesto: "Rossi, ma panini col prosciutto cotto, non ne ha mai?" (si prega di registrare il "lei": mai dato del "tu" al bidello, dal quale eravamo egualmente apostrofati con il "lei"). E lui, incombendo da dietro il banco "di servizio" del 2° piano, approntato solo per le merende, con un voce stentorea, quasi arringando l'altra plebaglia in fila dietro di me: "Avete sentito? Alla Principessina non vanno la mortadella e il salame!! Da domani caviale!!". Caviale, cazzo! Sempre la maledetta URSS in mezzo!!! Mi sarei messa sotto un mattone, ma ormai il danno era fatto: da allora sono stata "la Principessina", per lui e per i miei adorati fottuti compagni di scuola...

A metà giugno del 3° liceo ho perso mia madre in un incidente stradale e non sono più tornata a scuola per terminare l'anno scolastico. A ottobre, riprese le lezioni, Rossi è ancora al suo posto, sullo scranno. Mi vede e mi fa "ciao" con la mano, e scorgo nei suoi occhi una strana e inconsueta dolcezza: gli faccio "ciao" anch'io. Alla fine della seconda ora (mi pare), tutti giù a caracollare per le scale per la pappatoia: mi accingo a prendere il pacchettino con su scritto "S" (salame) e lui ne tira fuori - da sotto il banco - un altro, con una "P". "Questo è per te, Principessina. E lo troverai sempre". Cavolo, un panino col prosciutto! E mi aveva dato del "tu"! "Grazie, signor Rossi...", biascico a mezza bocca.

Negli anni che sono passati - da allora sino alla maturità - ho avuto sempre il mio panino al prosciutto; lui ha continuato a darmi del "tu" e io del "lei". Ma non gli ho mai domandato se la "P" stesse per "prosciutto" o per "Principessina": forse non avevo voglia di saperlo, perché desideravo - in cuor mio - che fosse per il secondo motivo.

mercoledì 22 aprile 2009

Da grande voglio fare...

Proprio non so perché mi sia venuta voglia di scrivere questo post: forse perché tra un po' metterò in soffitta il mio status di lavoratore e voi tutti mi avrete sul groppone e dovrete mantenermi. Ma questa è un'altra storia di cui parleremo a tempo debito... Tornando indietro con la memoria ho dunque fatto un excursus tra tutte le professioni e/o i mestieri che mi sarebbe tanto piaciuto intraprendere.

Quando ero piccola (ma piccola! forse 8 o 9 anni) mia madre - santa donna - per evitare che stessi fuori tutto il giorno a giocare a palline "con i maschi", inventò per me un gioco bellissimo: mi ritagliava una foto dalle sue riviste femminili (ricordo "Grazia", ricca, patinata, da ... signora!) e mi suggeriva di "inventare" una storia della quale la foto sarebbe stata l'illustrazione. Mi piaceva scrivere, e mi divertivo.
Mia madre un po' meno, perché le mie storie erano sempre di ammazzamenti, scannamenti e omicidi: mi ero perdutamente innamorata di Perry Mason di cui davano i telefilm (in bianco e nero) credo sull'unico canale TV della RAI. Il mio destino era dunque segnato: avrei fatto la giornalista-detective! Quella di "nera" che, alla faccia de
li mejo poliziotti, scopre l'assassino e si becca pure gli onori della prima pagina, come nel bellissimo film che illustra questo post, e che è tratto da una storia vera.

La fissazione durò sino ai 18 anni, con un brevissimo intermezzo (verso i 13 anni) nel quale il mio domani sarebbe stato da elettrotecnico, con tanto di tuta blu. Avevo trovato un manuale Hoepli sulle basi dell'elettrotecnica e ho iniziato a studiarlo! Morale: ho costruito, con una vecchia scatola di cartone, un gioco didattico sui capoluoghi di provincia delle regioni italiane. Con un intrico di fili elettrici attaccati ad una batteria, un po' di fermacampioni e una lampadinetta da albero di natale, se - con altri due fili - toccavo contemporaneamente la capocchia metallica con il nome della città di un elenco e la capocchia della città sulla cartina che avevo disegnato sulla scatola, se avevo azzecato, la lucetta si accendeva! Ottenni, per altro, bei risultati: 1) ho preso 10 e lode per la ricerca in geografia; 2) conosco tutti i capoluoghi di provincia; 3) non ho fatto l'elettrotecnico.

Poi venne il momento della hostess: viaggiare, vedere luoghi e gente nel mondo... che sogno! Con una mia amica andammo a informarci all'Alitalia: la tipa del personale - una specie di insegnante di matematica, acida chettelodicoaffa' - mi squadra dall'alto in basso: "Ma lei quanto è alta?" Ero - e sono rimasta - uno stronzissimo 1,59 e neanche impiccandomi avrei sforato il metro e sessanta. Glielo dico. "Mi spiace" - fa la cazzona bugiarda - "ma il minimo è 1,60. Sa, per via degli alloggiamenti dei bagagli a mano. Sennò non ci si arriva!" "Ma potrei essere 1,60 e avere le braccia corte come i pinguini!" - le faccio di rimando (ero già una gran cagacazzi...) - "Mi faccia provare!"
Non mi fece provare e non fui una hostess.


Dopo la morte di mia madre, quando al liceo adottai come vice-mamma la mia professoressa di lettere, ero certissima che sarei stata un'insegnante. Ma qualche anno dopo, sull'onda emotiva di alcuni gialli di Agatha Christie e del ritrovamento di Lucy, l'australopiteco, avevo finalmente deciso: sarei stata un'archeologa e avrei magari scoperto Atlantide! Qualche anno più tardi, una delle mie prime esperienze lavorative la feci in uno studio legale, e lì trovai l'altra ispirazione: no, non l'avvocato, ma il magistrato! Sarei riuscita a sputtanare, emettendo sentenze che avrebbero fatto letteratura giuridica, tutti quegli avvocati (come il mio capo) che intentavano - solo per sgraffignare soldi alla povera gente - liti (temerarie) pure per un'unghia incarnita, e questo è il perché i ruoli dei tribunali sono intasati. Mozzarecchie! (vulg. per avvocaticchio)

La vita lavorativa è andata avanti su binari del tutto diversi (ma non sempre: una delle professioni dei miei sogni, per un po', l'ho fatta...). E ora che sono prossima alla svolta epocale, mi trovo punto e a capo. I gusti sono cambiati e le aspettative anche. Per cui credo che - da grande - adesso mi piacerebbe fare il tecnico della polizia scientifica, magari al reparto dattiloscopico (non sopporto la vista del sangue!); oppure la poliziotta volontaria in archivio per risolvere casi dimenticati e irrisolti, tipo Cold Case; o potrei fare la scrittice di gialli e diventare ricca e famosa; oppure... Va be', c'è tempo.
"Ci penserò domani. Dopotutto, domani è
un altro giorno...".

sabato 6 dicembre 2008

A che gioco giochiamo?

Sapete come càpita, no?
Si vede qualcosa, si comincia a rimuginarcisi sopra, a considerare, a interrogarsi, a chiedersi: "Ma, una volta, era così?"... E poi la mente parte come una scheggia e s'infila nei meandri della memoria e, a ritroso, scova i neuroni che hanno trattenuto per anni informazioni preziose. Che credevi perse e che invece sono lì, incontaminate, pulite: come quando, in uno scatolone in fondo al soppalco, trovi un maglione di vent'anni fa, o un libro di scuola, o foto sbucciate e ingiallite.

È iniziata maluccio, tutta la faccenda: rientro a casa - la sera - e sul marciapiede antistante il pub che che ho sotto le mie finestre debbo fare lo slalom. Non entro nei dettagli, ma mi domando perché, questi imbecilli prossimi alcolisti, se non reggono la birra o il vino, continuino a sbronzarsi.
E a questo punto inizia il tour della memoria.


U
na volta, anche i marciapiedi erano diversi: spesso ci trovavi, disegnato col gesso, lo schema della "Campana", un gioco bisex, per maschietti e femminucce: constava di 9 caselle quadrate più
una a mezza luna, che credo si chiamasse "Paradiso" (lo schema è quello della foto). Si doveva lanciare una pietra, partendo dalla casella 1, saltarci dentro su una gamba sola, raccogliere il sasso, e saltellare - sempre su una gamba sola - sino a rientrare alla base. Dovevi avere una pietra piatta e levigata (ognuno di noi ne possedeva una personale) che non avesse spigoli o irregolarità tali da comprometterne il rimbalzo, ma che permettesse di farla atterrare di piatto sulla casella. Se uscivi dalla casella, o poggiavi il piede a terra, passavi il turno: vinceva chi arrivava per primo in "Paradiso". E poi si ricominciava...

E poi c'era l'altro gioco da marciapiede: la "Pista coi Tappi", versione urbana della pista di sabbia (di solito creata trascinando per i piedi un amico che, col sedere, crea l'avvallamento)
e le palline. Ma la Pista con i Tappi era molto più fica! Era un gioco "da maschi": le "femmine" giocavano "alle signore" con le bambole (che non sopportavo!) o "a corda", in cui ero una pippa! Grazie alla raccomandazione di mio fratello ("Guardate che sembra una femmina, ma è quasi come noi...") ero l'unico esponente dell'altro sesso che potesse partecipare.
Ed ero fortissima! La pista si disegnava col gesso per terra ed era piena di curve e tornanti e il tappo della bottiglia - pure quello - era personalissimo. Io lo avevo ultra-modificato: sul fondo avevo la foto di Luison Bobet, un ciclista che all'epoca andava per la maggiore e che avevo scelto perché aveva le mie stesse iniziali (L. B.). Sopra la foto avevo messo un vetro, sagomando e arrotondando un coccio di bottiglia raccolto per terra: la "mola" per la bisogna erano i muri, contro i quali strofinavo il pezzo di vetro, sino a poterlo incastrare perfettamente nel tappo. Quel copione di mio fratello ha voluto fare la stessa cosa, ma il dio dei copy writers lo ha punito: sul palmo della mano ha ancora uno sbrego di 5 centimetri con 7 o 8 punti di sutura, il deficiente! Ultimo accorgimento, per rendere l'assetto del mezzo (il tappo...) il più stabile possibile, una cornicetta di stucco per vetri, rubato al nonno. Il mio tappo pesava sì mezzo chilo, ma come andava!

E
poi c'era il "Battimuro", sempre con i tappi delle bottiglie, con cui - da dietro una linea di demarcazione - dovevi avvicinare il tappo più possibile al muretto. E poi "Figurine", giocato con le mitiche Panini: si lanciava dall'alto una figurina e se questa, volteggiando, andava a finire su una di quelle già per terra, il bravo lanciatore si prendeva tutte le figurine sottostanti, con grande scuorno dei perdenti: e pure qui, ero un drago.
Giochi poveri e stupidi, senz'altro: ma sapete che vi dico? Che credo fossero sicuramente più sani e socialmente formativi di quelli che si fanno, e si pubblicizzano, oggi.

C'è uno spot che mandano in onda in questi giorni e che trovo diseducativo e insoppotabile: il papà socchiude la porta della camera da letto del bambino e lo trova accovacciato sul letto, con in mano il solito aggeggetto elettronico con il quale fa moltiplicazioni. E il papà cretino, tutto soddisfatto, riferisce alla mamma che il loro piccolino "sta ancora studiando"! Per me, dopo una giornata sicuramente passata tra TV e game boy, sta semplicemente continuando a rincoglionirsi...
Maroooonnaaa! Che cose da Matusalemme ho scritto!!! Ma che volete: la memoria e i ricordi fanno di questi scherzi. Per fortuna.

giovedì 1 maggio 2008

Napule è...

La sera, dopo cena, in attesa dei miei amati cadaveri e delle autopsie su FoxCrime - il top per indurre un sonno ristoratore - guardo Striscia. Ieri è andato in onda un servizio su alcuni medici di base di Napoli che esponevano, all'ingresso del proprio studio, un cartello con la scritta: "Alla porta, 1 euro", con ciò intendendo che i pazienti dovevano lasciare l'obolo alla segretaria per essere visitati. Scandalo ripreso con la telecamera. Medico che cade dalle nuvole: "Non sapevo niente!" Cartello rimosso. Fine del servizio. E io, che mi ritrovo inconsapevolmente a formulare un pensiero: "Ecchecavolo! 'sti napoletani!"

Ma che cavolo io, mi dico subito dopo! Quanti servizi di Striscia hanno denunciato falsi dentisti, o sedicenti medici marpioni che curavano il cancro col pendolino ed erano tutti del Nord? Perché, allora, quella considerazione? Me ne viene in mente un'altra. L'anno scorso mi hanno rubato la macchina, con tanto di satellitare installato. L'avevo assicurata contro il furto con una Compagnia convenzionata con il servizio, pagando il premio meno della metà. Quando ho dovuto preparare tutti i documenti per il risarcimento, mi sono accorta che l'ufficio sinistri che mi avrebbe dovuto liquidare aveva sede a Napoli. E ho cominciato a sudare freddo: i miei soldi non li avrei mai rivisti... Ho inviato il tutto a Napoli e... dopo 10 giorni mi spediscono l'assegno! Perché mi è sembrato tanto anomalo? Perché me ne sono meravigliata tanto? Perché... Napule è?

E
ppure con Napoli, e i napoletani, ho un rapporto d'amore del tutto speciale.
La prima cotta, quella che ti prendeva alla pancia e ti faceva sentire strana, l'ho presa per un bellissimo ragazzo di Napoli, Massimo M.: io avevo 15 anni e lui 19. E non mi si filava di pezza... Ero una gnappetta di un metro e cinquantacinque (ma poi sono cresciuta di altri 5 centimetri, eh...), piatta sul davanti e sul didietro come una tavola da stiro, e a lui piaceva invece una stangona di 18 anni, 1 metro e settanta, con due poppe e un sedere da sballo, e due gambe lunghe che... vabbe', stendiamo un velo pietoso... E poi all'Università: Napoli e le sue canzoni.

C
'era un esame che volevo sostenere, Storia delle Tradizioni Popolari, per il quale volevo sviluppare una mia tesi: che le canzoni napoletane, quelle che conosciamo e cantiamo, sino a Tammurriata nera, potessero rientrare in quella tradizione popolare (nonostante la caratteristica dei canti popolari sia, per definizione, l'anonimato dell'autore e la loro trasmissione orale). Mission impossible! Il professore però era interessato, ma mi propose un do ut des: dovevo inserire l'esame come biennale nel piano di studi, anche se di solito, considerato un esame facile, lo si infilava nel mucchio tanto per rimpinguarlo. Affare fatto!
Al primo esame, 30 e al secondo, con lo sviluppo della tesina indimostrabile, 30 e lode! E per mesi mi sono fatta coccolare dalla musica, dalle parole e dalle suggestioni di quelle canzoni: le cantavo in macchina a squarciagola, sovrastando con le mie stecche sia il concerto live di Massimo Ranieri al Sistina, che la collezione Napoletana, dell'inarrivabile Roberto Murolo, dieci 33 giri,
duplicati in cassetta.

Q
ualche anno dopo, ancora Napoli e i napoletani: single, facevo campeggio in tenda e da sola al Lido di Fondi, tra Terracina e Sperlonga. Tazzone di latte e caffè la mattina, poi in spiaggia, dalle 9 alle 7 di sera quando, rientrata alla magione, mi strafogavo 2 etti e mezzo di cannolicchi Barilla al pomodoro e basilico da mangiare col cucchiaio. Ero una lucertola: unica deroga, il bicchiere di granita alla menta di Ciro, napoletano, che passava sulla battigia col suo carrettino del ghiaccio e degli sciroppi verso le 2 del pomeriggio. Se dormivo, faceva una buchetta vicino al mio asciugamano e me lo laciava in fresco: avrei pagato al suo ritorno, o il giorno dopo...


E
al campeggio c'era anche Anna, napoletana: mega-tenda con veranda, frigorifero, fornello a 6 fuochi, l'amaca, e chi più ne ha più ne metta! Per suo marito e i due figli, iniziava a cucinare alle 8 di mattina: e io, mentre bevevo il cappuccio, sentivo nelle narici il profumo delle sue grigliate e dei suoi sughi...

Non ha resistito più di tre giorni, Anna: "Signuri', si avite famm', ve lo dongh'i', o' mangiare! Ve facite male, accussì! Nun è bbuono 'stò diggiuno!" Valle a spiegare che stavo benissimo così, e che non avevo desiderio di mangiare... Fatica sprecata. Spesso, la sera, al mio rientro in tenda, trovavo sul mio traballante tavolino un piatto, accuratamente riparato da una pellicola trasparente, pieno delle sue melanzane o dei peperoni grigliati cui aggiungeva, a freddo, olio, basilico e spicchi d'aglio spaccati! Erano coccole, e non un banale ristoro per il mio stomaco vuoto!

M
i domando allora, a distanza di secoli, perché, se Napoli e i napoletani per me furono (e sono ancora) tutto questo, perché - porca vacca! - me ne sono uscita in quel modo? Assuefazione imbecille e passiva del mio cervello alla ricezione di input esterni? Forse. La mia mente, inconsapevolmente, ha sviluppato un algoritmo per cui Napoli = Casino? Probabile. Se A sta a B come B sta a C, A e C sono uguali: se Napoli sta ai napoletani, come i napoletani stanno al caos istituzionalizzato, Napoli e il caos sono la stessa cosa... Ma non è così. Napoli e i napoletani non sono il disordine, la prevaricazione, il caos: li subiscono
. Forse, dopo, si adeguano: tirano a campare, come si farebbe a Pordenone, a Vicenza, a Torino, a Roma e a Trapani.
Nel loro DNA ci sarà magari un gene che li spinge ad adeguarsi, per sopravvivere, alle situazioni: secoli di sudditanza e di occupazione straniera non si possono cancellare con un colpo di spugna. Ma hanno anche un antidoto per i soprusi e le violenze di cui sono stati vittima, che altre città hanno sviluppato diversamente: e sono le loro canzoni. Una valvola di sfogo per essere altrove, in un altro posto, lontani. Avvolti in una soffice bambagia di note musicali, che sono carezze e coccole. Anomale, come quelle di Anna e i suoi peperoni: un amore a modo loro.

E
cco perché Napoli ci ha lasciato qualcosa che nessun'altra città italiana è stata in grado di regalarci. Provate a chiedere, a New York (io l'ho fatto!), in un locale in cui si fa musica, di suonarvi una canzone italiana: pensate di poter sentire "Sciuri, sciuri" o "O mia bela Madunina"? oppure "Roma, nun fa' la stupida stasera" o "Se me ghe pensu"? No, vi canteranno, tutti, O' sole mio! Perché quelle parole e quella musica, struggenti e vivifiche allo stesso tempo; piene dell'aspettativa per un giorno migliore (
... quanno fa notte / e 'o sole se ne scenne / me vene quase 'na malincunia...) siamo noi, gli italiani; e sono Napoli e i napoletani, amatissima città e amatissima gente.
A loro chiedo scusa per quei pensieri venuti fuori da qualcuno che non ero io. E dato che mi voglio tanto bene, in chiusura mi faccio un regalo. Se vi volete bene, fate come me: ascoltate....



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lunedì 7 aprile 2008

Tiempe belle 'e 'na vota!
La compilation casereccia

Apprendo da Punto Informatico di oggi che è disponibile in rete un servizio gratuito e divertente che consente di formare una piccola compilation personalizzata di brani .mp3 da ascoltare in streaming. Il servizio è Muxtape e, dopo la registrazione e l'upload della selezione, crea una paginetta web essenziale con l'elenco dei brani prescelti.

Che ricordi! Una volta lavoravo con la maxi-radio, posata di fianco al computer, dotata di ben 2 dispositivi di registrazione per le cassette ed ero perennemente sintonizzata su un'emittente privata, Radio Incontro (non so se esiste ancora...), che passava musica easy listening. Il conduttore aveva una vocetta fioca fioca, più che parlare sussurrava e non invadeva alcuno spazio. E io lì, pronta col dito su tasto REC, per crearmi la cassetta che mi avrebbe fatto compagnia in macchina, a casa, al mare...

Incredibile: ho appena assemblato la mia nuova compilation, e i brani che ascolto sono, per la maggior parte, ancora quelli!

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