
Si vede qualcosa, si comincia a rimuginarcisi sopra, a considerare, a interrogarsi, a chiedersi: "Ma, una volta, era così?"... E poi la mente parte come una scheggia e s'infila nei meandri della memoria e, a ritroso, scova i neuroni che hanno trattenuto per anni informazioni preziose. Che credevi perse e che invece sono lì, incontaminate, pulite: come quando, in uno scatolone in fondo al soppalco, trovi un maglione di vent'anni fa, o un libro di scuola, o foto sbucciate e ingiallite.
È iniziata maluccio, tutta la faccenda: rientro a casa - la sera - e sul marciapiede antistante il pub che che ho sotto le mie finestre debbo fare lo slalom. Non entro nei dettagli, ma mi domando perché, questi imbecilli prossimi alcolisti, se non reggono la birra o il vino, continuino a sbronzarsi.
E a questo punto inizia il tour della memoria.
Una volta, anche i marciapiedi erano diversi: spesso ci trovavi, disegnato col gesso, lo schema della "Campana", un gioco bisex, per maschietti e femminucce: constava di 9 caselle quadrate più una a mezza luna, che credo si chiamasse "Paradiso" (lo schema è quello della foto). Si doveva lanciare una pietra, partendo dalla casella 1, saltarci dentro su una gamba sola, raccogliere il sasso, e saltellare - sempre su una gamba sola - sino a rientrare alla base. Dovevi avere una pietra piatta e levigata (ognuno di noi ne possedeva una personale) che non avesse spigoli o irregolarità tali da comprometterne il rimbalzo, ma che permettesse di farla atterrare di piatto sulla casella. Se uscivi dalla casella, o poggiavi il piede a terra, passavi il turno: vinceva chi arrivava per primo in "Paradiso". E poi si ricominciava...
E poi c'era l'altro gioco da marciapiede: la "Pista coi Tappi", versione urbana della pista di sabbia (di solito creata trascinando per i piedi un amico che, col sedere, crea l'avvallamento)

Ed ero fortissima! La pista si disegnava col gesso per terra ed era piena di curve e tornanti e il tappo della bottiglia - pure quello - era personalissimo. Io lo avevo ultra-modificato: sul fondo avevo la foto di Luison Bobet, un ciclista che all'epoca andava per la maggiore e che avevo scelto perché aveva le mie stesse iniziali (L. B.). Sopra la foto avevo messo un vetro, sagomando e arrotondando un coccio di bottiglia raccolto per terra: la "mola" per la bisogna erano i muri, contro i quali strofinavo il pezzo di vetro, sino a poterlo incastrare perfettamente nel tappo. Quel copione di mio fratello ha voluto fare la stessa cosa, ma il dio dei copy writers lo ha punito: sul palmo della mano ha ancora uno sbrego di 5 centimetri con 7 o 8 punti di sutura, il deficiente! Ultimo accorgimento, per rendere l'assetto del mezzo (il tappo...) il più stabile possibile, una cornicetta di stucco per vetri, rubato al nonno. Il mio tappo pesava sì mezzo chilo, ma come andava!
E poi c'era il "Battimuro", sempre con i tappi delle bottiglie, con cui - da dietro una linea di demarcazione - dovevi avvicinare il tappo più possibile al muretto. E poi "Figurine", giocato con le mitiche Panini: si lanciava dall'alto una figurina e se questa, volteggiando, andava a finire su una di quelle già per terra, il bravo lanciatore si prendeva tutte le figurine sottostanti, con grande scuorno dei perdenti: e pure qui, ero un drago.
Giochi poveri e stupidi, senz'altro: ma sapete che vi dico? Che credo fossero sicuramente più sani e socialmente formativi di quelli che si fanno, e si pubblicizzano, oggi.
C'è uno spot che mandano in onda in questi giorni e che trovo diseducativo e insoppotabile: il papà socchiude la porta della camera da letto del bambino e lo trova accovacciato sul letto, con in mano il solito aggeggetto elettronico con il quale fa moltiplicazioni. E il papà cretino, tutto soddisfatto, riferisce alla mamma che il loro piccolino "sta ancora studiando"! Per me, dopo una giornata sicuramente passata tra TV e game boy, sta semplicemente continuando a rincoglionirsi...
Maroooonnaaa! Che cose da Matusalemme ho scritto!!! Ma che volete: la memoria e i ricordi fanno di questi scherzi. Per fortuna.