Premetto che sul problema dell'immigrazione via mare sono spaccata in due. Da una parte, la buonista che è in me dice, laicamente: "Lasciate che vengano a me. Tutti".Dall'altra parte, la più realista, pragmatica e rispettosa delle leggi del nostro Stato - e non solo - nonché cittadina di questo paese, vigorosamente afferma: "Che venga qui chi ne ha diritto".
È inutile che ci si nasconda dietro un dito: sappiamo benissimo tutti che i disperati che attraversano il mare sui barconi non sono solo rifugiati politici. Molti di loro vengono qui per cercare semplicemente una vita migliore: bene. Che lo facciano allora attraverso i canali istituzionali. E sappiamo anche che molti vengono qui per fare manovalanza alla criminalità: che siano spacciatori o sfruttatori della prostituzione non fa differenza. Verranno qui - consapevolmente o meno - a delinquere.
E poi ci sono i veri profughi, i fuggitivi che chiedono asilo perché vittime di persecuzioni. Che vanno tutelati e aiutati.
Indubbiamente l'impatto emotivo di un "dietro-front" in mare aperto è molto più forte di quanto non sia "ingranare la retromarcia" su una strada di confine. Anche perché vìola una della più sentite norme etiche (e non solo) di chi va per mare: «Si deve prestare soccorso in mare a chi è in pericolo di vita». Alcuni Codici aggiungono in «imminente» pericolo di vita: ed è certo più facile che il pericolo si concretizzi in mare piuttosto che - magari a causa di un violento acquazzone - sulle strade. Ma il fumus boni iuris non cambia: quando, a metà degli anni '90, non nell'era Berlusconi, l'immigrazione clandestina veniva dall'est, molti sono stati rispediti ai paesi di provenienza, così come prevedevano specifici accordi internazionali, senza che ciò facesse gridare allo scandalo. Ora sembra tutto più difficile.
Sicuramente certe posizioni di esponenti della maggioranza non aiutano ad affrontare la questione cum grano salis, cioè con un po' di comune buon senso. Credo che l'Europa spenda e spanda soldi nostri a strafuttenne: perché, allora, non aprire - nei paesi dai quali i barconi partono, e dunque prima che si muovano da quelle coste - delle Ambasciate dell'Europa Unita presso le quali gli aventi diritto potrebbero presentare richiesta di asilo politico? Si vaglierebbero ab origine le singole situazioni e i veri perseguitati potrebbero essere tranquillamente accolti nei paesi dell'Unione, traghettati su navi sicure (con grande scuorno anche dei malfattori che speculano sulla traversata) e proporzionalmente accolti nelle varie nazioni. Non vedo perché solo noi ci si debba far carico della loro accoglienza: se solidarietà è giusto che sia, che lo sia alla pari. I diritti di molti (profughi) non mi sembra debbano risolversi in un dovere solo nostro. Ho detto fesserie?



