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giovedì 12 giugno 2008

Aiuto!
Arrivano gli Angeli della Monnezza

Il 4 novembre 1966, dopo un'eccezionale ondata di maltempo che aveva colpito gran parte dell'Italia, il fiume Arno ruppe gli argini, e Firenze venne sommersa da acqua e fango. A quei tempi ero al liceo: qualche giorno dopo, molti dei ragazzi più grandi, chi con il treno, chi con autobus, chi con altri mezzi di fortuna, partirono alla volta della città, unendosi ad altri volontari accorsi da tutto il mondo, per dare una mano ai soccorritori e cercare di salvare il salvabile di quell'immenso patrimonio culturale che stava inesorabilmente marcendo sott'acqua.

Tornarono dopo due o tre giorni, con i lucciconi agli occhi e le spalle curve e, in una sorta di conferenza in palestra, riferirono che erano stati rimandati indietro. Pur apprezzando l'impegno e la loro "voglia di fare qualcosa", i coordinatori dell'emergenza dissero che erano già al completo. Che di volontari ce n'erano già a sufficienza, e che - con l'arrivo di altri - si stava creando un problema sul problema: la loro gestione. Il che, in soldoni, stava a significare doverli alloggiare, sfamare, trovare parcheggio per le loro auto, approntare altri servizi igienici...

Eravamo tutti ragazzini, dai 14 ai 18 anni: ma nonostante l'età, nonostante il groppo in gola perché nessuno di noi poteva "essere lì", quel discorso non faceva una grinza. Qualche sera più tardi, il telegiornale lanciò un appello affinché nessuno più si mettesse in viaggio alla volta di Firenze: erano full. A distanza di oltre 40 anni, rimane ancora il rammarico di non essere stato tra quegli "Angeli del Fango", come romanticamente li definì Giovanni Grazzini, del Corriere della Sera: ma va bene lo stesso. Era stata fatta, non facendo, la cosa giusta. Ma se in presenza di una catastrofe naturale l'intervento dei volontari è spesso non solo gradito, ma ancor più impagabile, come fu nel caso dell'alluvione di Firenze, è assurdo che siano chiamati a dare soluzioni alle debacle della pubblica amministrazione: volontari per riordinare i faldoni ammucchiati nei corridoi dei tribunali? O per riclassificare gli atti notarili e di proprietà negli uffici catastali, giunti al collasso?

È di ieri la nuova sortita di Berlusconi per risolvere il problema rifiuti a Napoli: volontari da tutta l'Italia. Parola; ho la mano sul cuore e le dita incrociate; dico anche "giurìn giurello"; grido anche "che-me-possino-cecà" e pongo una domanda senza il ben che minimo intento ironico: ma lui, pensa prima di parlare, o no?

Volontari da tutta Italia???
Come ci arrivano, a Napoli? In macchina? Con pullmann turistici? E dove parcheggiano i mezzi? Qui, ci vorrebbe la consulenza di Fabio, che in quella martoriata e splendida città vive, per illuminarci sul problema viabilità. E poi, che fanno? Raccolgono i sacchi dei rifiuti e li caricano in auto o sul bus, e li portano... dove? A Chiaiano? In qualche altra discarica già presidiata da manifestanti e forze dell'ordine?
Oppure li "smistano" al rientro a casa? Un po' a Roma, un po' a Firenze, un po' a Bari... E nel frattempo, che fanno gli 11.700 netturbini impiegati in Campania, che ci si è ben guardati dal dirottare sul distretto napoletano
; e i 1.100 spazzini (pardon, operatori ecologici...) pagati a Napoli per non far nulla? Guarderanno? Daranno direttive?

Più si va avanti, e più il nano di Arcore mi ricorda qualcuno: demagogo, parolaio, l'uomo della provvidenza e delle adunate oceaniche!
Piercing alla Patria (cioè, no, a Napoli)! Spezzeremo le reni alla monnezza!
Spero che per liberarci di lui non ci sia di nuovo bisogno degli americani: oggi a Roma ne abbiamo già uno. Ci basta e avanza.

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