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venerdì 30 gennaio 2009

Partono 'e bastimente...

Lo confesso: questa crisi inizia a spaventarmi. Perché sembra senza alternative, senza fughe, senza uscite di sicurezza. Oggi parlavo con un amico, uno di quei lavoratori che il politichese si ostina a catalogare tra le piccole aziende italiane, e che continua a definire il nerbo dell'economia di casa nostra. Si tratta, in realtà, di un più semplice "Mario Rossi: pittore edile e piccole ristrutturazioni". Insomma, di un padre di famiglia che ha messo su l'aziendina a conduzione familiare, si è aperto la sua bella partita IVA, e ha sempre pagato le tasse. Stamane aveva il morale sotto i piedi perché "il Commercialista" (perché questa figura di professionista, adesso, ci deve fare paura tanto quanto un oncologo?) gli ha annunciato che anche quest'anno, e per il secondo esercizio consecutivo, "non sarà congruo": ossia, non avrà fatturato quel tot che lo Stato ha deciso che lui deve fatturare.

Qui il discorso sarebbe lungo, perché dovrei addentrarmi in quelle trappole per topi che sono gli "studi di settore" (conoscete la bestia? no? beati...): ma la morale della favola è che Mario Rossi chiuderà la propria partita IVA. "E che farai?", gli ho domandato ingenuamente. "Mi arrangerò..." è stata la laconica risposta. Traduzione: continuerò a lavorare - in nero - perché comunque debbo mangiare e non sono più in grado di pagare le tasse che lo Stato vuole che paghi. Mario ha oltre 50 anni, ha due figli che ancora studiano e il mutuo da pagare. Era inutile che gli dicessi che, in questo modo, sarebbe diventato un evasore fiscale; che avrebbe derubato la collettività che - anche per lui - continuava a pagare i servizi; e che avrebbe anche pregiudicato il futuro dei propri figli i quali, una volta andato lui in pensione, gliela avrebbero dovuta pagare nonostante lui non avesse contribuito a "mettere da parte" i contributi con cui pagarla... Era inutile, perché ne era consapevole: e aveva le lacrime agi occhi. Ma non esistevano vie di scampo.

Ho pensato a quando, agli inizi del secolo scorso (e ancora per molti anni, in seguito) se una famiglia si fosse trovata al posto di Mario, avrebbe realizzato quel che poteva, e sarebbe partita, verso un nuovo mondo: con la speranza di ricostruire - altrove - la propria vita. Ma oggi? Le notizie dagli Stati Uniti ci martellano ogni giorno di catastrofi economiche. Leggo che anche il Canada - tanto per restare al di là dell'oceano - non se la passa meglio. Il Sud America? Anche loro sembra siano in attesa del miracolo Obama. Dell'Europa neanche parlo. L'Australia? È in crisi il comparto turistico, e anche lì non sembra se la passino anche gli altri settori. In Oriente? L'economia giapponese è al collasso. Cina? India? L'Africa fa la fame da sempre, e il Sud Africa sembra che neanche con i diamanti se la passi meglio. Insomma, ho finito i continenti. Non si può più neanche fuggire, perché la mancanza di lavoro, di certezze, di serenità ti inseguono ovunque: la crisi è planetaria. Del pianeta. Come suona diversamente la parola "pianeta" dalla sua forma aggettivata, "planetaria": è più inquietante, più opprimente. Tutta la fottuta palla che orbita nello spazio è nelle stesse condizioni: è disperata.

E dunque emigrare non vale la pena, tanto non cambia niente. Si dovrà restare, tirando la cinghia. Hai voglia a dire "spendete, spendete, sennò si ferma tutto"! Ma vallo a dire a Mario di spendere, e di comprarsi il televisore al plasma da 52 pollici, sennò blocca il ciclo; vaglielo a dire, a lui che non sa come e quando potrà pagare la rata del mutuo sulla casa! Ho cominciato a pensare a tinte fosche, tipo quei film di fantascienza che si svolgono sempre di notte, con la pioggia e i vapori che vengono su dai tombini. Immagino che succederà che usciremo con 10 euro nel borsellino per fare la spesa della giornata, guardandoci alle spalle timorosi che qualcuno - per fame, non per comprarsi coca o altro - ci possa rapinare e lasciare sulla strada: lupi in un mondo di lupi. E penso allora (qui si riaffaccia la mia vita precedente...) a quanto dovevano sentirsi forse meglio i nonni, con la valigia di cartone, è vero; con il pianto agli occhi e il cuore stretto; ma con la speranza di una vita migliore, di un ... qualcosa che noi, oggi, non vediamo più. Ovunque si giri lo sguardo, è la stessa miseria, la stessa fame. Lo stesso nulla.

E.A. Mario - Santa Lucia luntana (1919)