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domenica 28 dicembre 2008

Pineta di Castelfusano
Benvenuti all'inferno

L'ingresso della pineta di Castelfusano in una foto d'epoca
Amo Ostia da sempre: da prima che ci venissi ad abitare, solo 15 anni fa. È stato amore a prima vista. La mia famiglia, seguendo gli innumerevoli spostamenti di papà - pilota militare assegnato all'aeroporto di Ciampino - lo ha seguito a Roma. Nella Capitale. Nella Città Eterna. Che non ho mai amato né sentito mia. Non so cosa esattamente mi mancasse: sicuramente il mare. E quando, in una delle prime gite fuori porta, papà ci ha portato a Ostia, è stato un colpo di fulmine: decisi allora che ci avrei vissuto. E il destino volle che così fosse. Ostia è un'isola felice, con un polmone verde alle spalle, la Pineta di Castel Fusano, e - di fronte - il mare. Ostia non è un comune del circondario romano, ma solo un quartiere di Roma. Ma è lontana - come mentalità, come modus vivendi - mille anni luce dal centro città. Qui, si ha l'impressione che la gente sia sempre in ferie: per strada ci si sorride anche se non ci si conosce; qui non si cammina frettolosamente, ma si passeggia, anche se si deve andare a fare la spesa.

Come tutta l'Italia - o, forse, dovrei dire come tutto il mondo - anche Ostia è cambiata in questi ultimi anni. Una volta - è vero - c'era una miscellanea di dialetti, che potevi sentire mentre passeggiavi sul lungomare: molti del nord dell'Italia. Chissà, forse figli e nipoti di quegli eroici abitanti di Romagna che - unici - sapevano come trattare le paludi e che bonificarono tutta questa zona acquitrinosa per far nascere la mia città. Ora senti molte lingue diverse e il melting pot linguistico e razziale è eccezonalmente diversificato: all'inizio furono soprattutto gli europei dell'est ad approdare qui. Poi fu la volta dei nordafricani, che colorarono le strade con il loro abbigliamento dalle tinte sgargianti e i volti dei bimbi dell'asilo e delle elementari: ora è facile - ed emozionante - vedere una bella mamma ucraina e un bel papà senegalese che portano a scuola il frutto del loro amore senza alcun confine, un frugolo dagli ispidi capelli neri con gli occhi azzurro cielo.
Poi vennero i rumeni. Ne ho conosciuti moltissimi: l'ultima badante di papà era rumena e lo ha accudito con lo stesso amore e con la stessa dedizione che avrebbe riservato al proprio padre.

Non voglio nascondermi dietro un buonismo che non è mio: insieme a tantissime splendide persone - di qualunque etnìa siano - arrivano anche delinquenti. Tanti quanti ne potrebbero arrivare dal Piemonte, dal Veneto o dalla Sicilia. Ma ne arrivano. E costoro - qualunque ne sia la provenienza - debbono sbarcare il lunario, che non è fatto di lavori onesti, ma di proventi da reati. I non comunitari appartenenti a quest'ultima categoria, oltre tutto, hanno un problema in più: sono clandestini e debbono nascondersi. Niente di più comodo, per la bisogna, della pineta di Castelfusano. Da sempre, chi vive a Ostia, sa che le pineta è abitata: non da folletti o fate, ma da persone che vivono in baracche di plastica e cartone; o che le utilizzano per gli scopi più diversi. Ci sono le baracche delle prostitute che rimorchiano i clienti magari sulla Cristoforo Colombo e offrono il servizio nella baracca-casino. Poi ci sono i dispensatori di morte, che - nella propria baracca-spaccio - provvedono a offrire polveri magiche o pastiglie della felicità ai drogati che ne fanno richiesta. Ci sono anche i ladri che nelle baracche-magazzino stipano il frutto dei furti commessi in attesa di poterlo smerciare quando sia meno scottante.

E poi c'è la povera gente, quella povera davvero: come la mamma e il bimbo rumeni morti nel rogo della loro baracca il giorno di Santo Stefano. Non erano clandestini, perché dal 1° gennaio di quest'anno erano diventati - a pieno titolo - cittadini d'Europa. Erano solo povera gente, spinta dal freddo ad accendere un pericoloso fuoco di legna e sterpi, e ad alimentarlo con dell'alcool. E tragedia fu. Questa è la cronaca nera dell'evento.
La cronaca politica è altro. Il mio amico Gap, in un post pubblicato oggi, riporta anche lui questa notizia. Aggiunge anche un commento del sindaco Alemanno, che definisce l'evento "una tragedia terribile che nasce dalla piaga degli accampamenti abusivi...". E il link l'ho trovato e l'ho dato sopra. Ma aggiunge, il mio amico Gap, che Alemanno avrebbe anche affermato che il rogo è stato determinato anche "dal rozzo modo che usano queste persone per riscaldarsi". Be', ho cercato sul web fonti su questa (presunta) affermazione del primo cittadino, e ho trovato solo questo, sul blog di Gennaro Carotenuto: ma nessun link. Ho anche ascoltato il video che vi ripropongo qui sotto, e non ho sentito alcuna affermazione al riguardo.



Lungi da me l'intento di assumere la difesa d'ufficio di Alemanno, che - per molti versi - non mi piace. E che - se avesse pronunciato una frase tanto becera quale quella riportata da Gap - meriterebbe la palma, lui sì, del più rozzo tra i sindaci che abbiamo avuto la sventura di avere. Ma - precisazioni, correzioni e smentite a parte - vale la pena di ricordare che Roma (e quindi la mia Ostia) ha subìto - non mi viene un'altra parola - otto anni del verde Rutelli sindaco (verde!!), e altri otto anni di Uòlter sindaco che, a un anno di distanza dal rogo che devastò 330 ettari di splendida pineta (quasi un terzo!), affermò con orgoglio: "La pineta rinascerà". E a chi gli contestava il fatto che nella pineta ci fossero ancora baraccopoli, l'ardimentoso replicava "...di avere allertato questura e prefettura: ci saranno più controlli...": l'articolo è qui, e correva l'anno 2001.
Piango con il mio amico Gap la sorte della mamma e del piccolo: ma se - e sottolineo se - il sindaco quella frase non l'avesse pronunciata, sarebbe forse il caso di domandarsi come e perché si sia arrivati a tanto, nell'abulico totale disinteresse di 16 anni di amministrazioni verdi, impegnate, progressite, tutte-per-il-sociale, e via discorrendo. Ma, per onestà intellettuale - almeno una volta - non scarichiamo la croce addosso all'ultimo venuto, assolvendo i suoi predecessori solo perché ci sono un po' (poco...) più simpatici.