Più d'una volta, in questi giorni, mi è tornato in mente. Ma stamattina, in fila con altre persone, la sensazione di déjà vu è stata fortissima. Il 10 giugno 1981 un bambino di soli 6 anni cadde in un pozzo artesiano largo 30 centimetri e profondo 80 metri: si chiamava Alfredo Rampi. Ma fu per tutti noi solo Alfredino.La stampa si occupò ovviamente della vicenda: dapprima come di un tragico fatto di cronaca. Ma la maratona delle operazioni di soccorso, e la lotta contro il tempo per salvare il piccolo si trasformarono, l'ultimo giorno, in un evento mediatico - anche se allora questa espressione era sconosciuta - di portata nazionale. La RAI seguì la tragedia in diretta, a partire dal 12 giugno, a reti unificate per 18 ore consecutive. E l'Italia intera - compresa la sottoscritta - rimase per tutta la notte incollata al televisore per seguirne gli sviluppi. Ricordo sul bordo del pozzo il Presidente Pertini, curvo e provato. Ricordo che si calarono volontari: un tipografo di piccola statura, un vigile del fuoco... Tutto fu inutile: alle 6 e trenta del mattino del 13 giugno l'ultimo volontario calato nel pozzo, Donato Caruso, che aveva raggiunto il corpo del bambino, si accorse che Alfredino era morto.
Quella stessa mattina dovevo andare il Tribunale (all'epoca, lavoravo presso uno studio legale) e non ne avevo voglia: l'unico aspetto positivo era che dovevo parlare con un cancelliere che mi era simpatico, e con il quale si poteva scambiare più di un qualche mugugno. Per i corridoi, stranamente, la gente - avvocati, clienti, segretarie - parlava sottovoce: c'era qualche capannello di persone, ma tutti bisbigliavano. Ed era facile intuire, dai loro volti segnati dalla mancanza di sonno, di cosa stessero parlando. Trovai il funzionario, come al solito, alla sua scrivania, quasi sommerso da faldoni con i lacci: aveva gli occhi stanchi e arrossati anche lui. Non appena mi vide entrare, abbozzò una smorfia - un tentativo di sorriso? - e mi fece cenno di chiudere la porta. Un po' imbarazzata lo assecondai: si alzò dalla sedia girevole e mi venne incontro sulle gambe malferme. Era un omone che mi sorpassava di venti centimetri buoni, sicuramente di almeno quaranta chili e di una ventina d'anni. Le spalle ricurve incombeva su di me... ad un certo punto mi si buttò - chinandosi - tra le braccia e scoppiò in un pianto irrefrenabile. Tra i suoi singhiozzi riuscivo a percepire solo: "... è morto... è morto...". E piansi con lui.
Ho ricordato Alfredino - e l'atmosfera di quel 13 giugno - questa mattina: la fila allo sportello era composta e muta, e nessuno cercava di prevaricare gli altri con i rituali "guardi che c'ero prima io...". Ero tra gente civile. Tra gente silenziosa perché segnata da una tragedia che ha colpito tutti noi, da qualunque parte fossimo schierati. Come allora, sapevo che anche quelle persone avevano seguito le ultime ore di Eluana: chi incollato al televisore, chi connesso alla rete. Così come ho fatto io - e tanti altri come me - quasi trent'anni fa. Ecco, la gente normale reagisce così alle tragedie che si concludono con una morte: con un rispettoso silenzio. La gente normale. Gli uomini e le donne che ci vivono accanto. Quelli che condividono il nostro sentire, il nostro dolore, il nostro senso di perdita seppur diversamente motivato. Gente qualunque. Ma grandissima gente, che tace di fronte al sipario calato: e che non si reimpossessa del palcoscenico perché "the show must go on".
Il loro show, ovviamente.