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giovedì 14 febbraio 2008

Histoire d'X: come eravamo...

Era una sorta d'impegno morale preso con nuove amiche: Marina, M. Cristina, Anna. Ma avevo imbrogliato: non l'avrei affrontato, quel discorso. Invece, i servizi giornalistici sulle manifestazioni di ieri contro l'ennesima alzata di scudi per una revisione (restrittiva) della 194, rilevano un dato in comune: poche le giovani donne e le ragazze. E no, allora no. Ha detto bene M. Cristina: chi ha qualche anno meno di me e di Anna, lo dà per acquisito quel diritto, e non sa cosa e come era il "prima". Allora no. Coraggio...

Apro uno scatolone di vecchie foto ingiallite, di rametti di mimosa che sembrano carta, di biglietti del cinema stropicciati, quasi fattisi polvere. Dagli scatti di un tempo torna a sorridermi la mamma, che se n'è andata - in un groviglio di lamiere d'automobile sul vecchio incrocio tra la Cristoforo Colombo e il raccordo anulare - una domenica pomeriggio d'estate: non l'avevo neanche salutata. Le tenevo il broncio, come solo le ragazzine di 17 anni sanno fare, perché mi aveva sorpreso a fumare una sigaretta e mi aveva messo in punizione. Non l'ho più rivista. Trovo cose mie e non mie: o "forse" mie, dimenticate, rimosse, tanto ancora bruciano l'anima. Un vecchio quaderno: era mio? La copertina nera e lucida, con una trama quasi a rilievo al tatto, e con il bordo di taglio delle pagine colorato di rosso sangue. Ma chi comprava quaderni del genere? Non io! E la grafìa... troppo tonda e pulita, leggibile, ordinata sulle righe ed entro i margini... Non sono cose mie: scrivo male e disordinatamente, ora la scrittura scivola in giù anche sulle righe. O sarà che non sono più abituata? No, non sono cose mie. Leggo. E vi racconto una storia.
"Aveva poco più che vent'anni, X, quando allora si diventava maggiorenni a 21: ma si sentiva grande, donna-bambina emancipata, moderna. Era al suo primo lavoro, e con quello si manteneva all'università. Era brava. Una stakanovista: il capo glielo diceva sempre... Le faceva un sacco di complimenti, per come affontava gli impegni, per come non si lamentava di lavorare in nero (o forse questo modo di dire allora non si usava?). Di come non le pesasse fare tardi in ufficio... E in ufficio l'ha violentata. Denunciarlo? Non si facevano queste cose, allora. Era la vergogna, perché - comunque - se l'aveva fatto, la colpa era sua, di X! Sempre con quelle minigonne! Se l'era cercata, giusto? E dopo qualche settimana, lo sgomento: le mestruazioni non arrivano. E sì, X è incinta. Ma il problema non si pone: il capo le mette in mano - quanto - centomila lire? e le dà un indirizzo sicuro. A bordo della sua 500 blu, lo stradario della città (ma esisteva già?) aperto sul sedile del passeggero, un pomeriggio di novembre si avvia, le mani sudate aggrappate al volante e rattrappite per la paura, da sola. Il posto è dall'altra parte della città. Non è l'indirizzo di un medico: è quello di una brava signora. I medici erano per le mogli o per le fidanzate, non certo per una donna-bambina violentata.
Una periferia che sa di campagna desolata. Le case basse, una accanto all'altra, dai colori sporchi e sbiaditi, i mur
i sbreccati che mostrano le strutture di sostegno. Quasi fossero scheletri. C'è una specie di orto, davanti alla casa, ed una millecento grigia parcheggiata sul prato. Prato? Non c'è più quasi erba: solo terra. La brava signora viene ad aprire, e fa accomodare X in salotto. C'è un divano di velluto celeste pretenzioso, pieno di centrini fatti all'uncinetto là dove si poggia la testa: sono sporchi. Anche il linoleum sul pavimento, che forse era rosso, è sporco. E poi è buio: le persiane sono accostate e il lampadario a gocce ha solo 2 lampadine accese sui 6 bracci. Fa freddo. La brava signora accompagna X in camera da letto. Il copriletto di cretonne a fiori è sudicio e c'è odore di sudore. E di qualcosa d'altro. Togli le scarpe. Togli le calze. Togli gli slip. Sdraiati. Allarga le gambe. Non avere paura. Ma c'è la paura. Ecco cos'è quell'odore: è l'odore della paura. Cos'è quello? Un ferro da calza argentato, quello con cui le nonne e le mamme facevano i maglioni con le trecce, ed il bordo a cannolè... La brava signora infila il ferro da calza in un lungo tubicino di gomma, come fosse una guàina. E il tutto poi scompare... Ma cosa fa? Me lo infila dentro? Il ferro dei maglioni e delle sciarpe colorate? E poi sfila il ferro dal tubo. E lo rifà ancora. E ancora... Tutto finito, dice la brava signora, puoi rivestirti. Ancora in macchina. Un'altra periferia, quella di casa.
X è a casa. Casa. Papà è in poltrona e guarda la tele. E quando succede? La stessa sera? Due sere dopo? Le memorie si smarriscono, come le vecchie chiavi. O ti abbandonano per non farti del male. Non sulla tazza, devi controllare, ha detto la
brava signora. Sul bidet. Ed è lì, nel bidet, in preda a dolori insopportabili che sono durati 4 ore, che X abortisce. Controlla, ha detto la brava signora: c'è una cosa strana, sembra il cuore di una mucca. Ma non l'ha mai visto, il cuore di una mucca! Una cosa bavosa, sanguinolenta. Di sangue scuro, quasi marrone. Controlla. Avvolge la cosa nella carta in una busta di plastica e la nasconde in camera sua. Finito. Papà è ancora sulla poltrona e guarda la tele: non si è accorto di niente. Il giorno dopo, ancora dalla brava signora che deve controllare: prende l'involto, scompare per qualche secondo oltre la porta della cucina. Finito, dice. Ora prendi le gocce, che è finito. No, non è finito. Dopo due giorni X si sveglia con una cosa appiccicaticcia tra le gambe. Cos'è? Ma è sangue!! Da sola, con la 500 blu, di corsa all'ospedale: non ha espulso tutto. Raschiamento, con anestesia locale, per cui li senti i medici che ti dicono puttana, ben ti sta. Ma sono stata violentata, vorrebbe gridare X! Cosa potevo fare, urla silenziosa la donna-bambina! Ma non ce la fa... Ora è finito. Domani sarebbe andata al mare con Bongo, il suo cagnone meticcio. Ora è finito..."

Ma non finisce. No
n finisce mai. Le brave signore sono ancora una volta dietro l'angolo: come allora, puzzano di sudore ed hanno in mano un ferro da calza. Quello dei maglioni con le trecce e il cannolè, e le sciarpe colorate...