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venerdì 22 gennaio 2010

Quando la pìetas
si fa "scicche"

Scusate, ma questa corsa di centinaia di famiglie italiane all'adozione degli orfani haitiani, proprio non la capisco.
E non parlo solo della circostanza - auspicabile - che di molti bimbi, ora soli, ancora si trovino genitori o consanguinei in vita. Non ne so nulla, di adozioni e di bambini, e magari scriverò un sacco di castronerie, ma parlo con il cuore.

Non vedo, intanto, come si possa pensare di eradicare un bambino dal proprio habitat biologico naturale: abbiamo letto che lì ci sono 35° all'ombra. E noi ce la facciamo sotto dal freddo. I danni più gravi - come sempre - il terremoto li ha fatti nelle aree cittadine più povere. Apprendo da Wiki che la lingua parlata ad Haiti è il francese o il creolo haitiano: ritengo che, appunto perché il maggior numero di vittime è nella zona degli indigenti, è probabile che i sopravvissuti non siano bilingue, ma - più probabilmente - che si esprimano ancora nella lingua autoctona. E vorrei sapere quanti, tra gli aspiranti papà e mamme, la parlano.

E ancora - e non pensiate che stia facendo un discorso razzista, perché allora m'incazzo davvero!!! - mi sembra assolutamente crudele l'idea di portare un bambino, già traumatizzato, in mezzo
a gente così diversa da quella che ha conosciuto sino ad allora: sì, parlo anche del colore della pelle. Non si sentirebbe un alieno? Oppure, non sentirebbe alieni i nuovi genitori, così diversi dal papà, dalla mamma, dai nonni, dagli zii, dai fratellini che ha perduto in quell'inferno? Trauma su trauma.

Il 31 dicembre 2006 gli orfanotrofi in Italia sono stati chiusi e sembra che all'epoca ospitassero circa 14 mila minori, poi spostati in case famiglia. Non tutti erano orfani: molti di loro erano stati allontanati dai genitori, o dal genitore, perché drogati, in galera, o comunque non in grado di allevarli. Non ho trovato dati recenti sugli "orfani" che ancora vivono in questi centri, ma - in mancanza - facciamo un 10% (e credo di essere ottimista) delle presenze rilevate all'epoca. Abbiamo ancora, dunque, più di mille bambini senza papà e mamma, qui da noi, che ora soffrono il freddo come noi; che parlano la nostra lingua, magari con qualche inflessione dialettale un po' diversa, ma ci si comprende; e che - in un certo qual modo - ci assomigliano e ai quali potremmo ricordare la mamma e il papà che non hanno più.

Cos'è? Questi qui non vanno bene? Non sarebbe bello adottare anche loro? E com'è che non leggo che c'è la fila anche per questi piccoli? Certo però... vuoi mettere?
È molto più fico dire che si è il papà e la mamma di "un piccolo haitiano", piuttosto che di "un calabresello" qualunque...